

131. La linea politica di De Gasperi: la democrazia cristiana come
punto di equilibrio della politica italiana.

Da: P. Scoppola, La proposta politica di De Gasperi, Il Mulino,
Bologna, 1977.

Alcide De Gasperi, presidente del consiglio dei ministri dalla
fine del 1945 alla met del 1953, fu uno dei principali
protagonisti della storia italiana contemporanea. Gli aspetti
fondamentali della sua linea politica sono analizzati nel seguente
passo dallo storico italiano di orientamento cattolico
progressista Pietro Scoppola. Consapevole della fragilit della
nascente democrazia repubblicana, De Gasperi cerc di consolidarne
le basi attraverso il consenso del mondo cattolico e dei ceti
medi, senza per farsi condizionare n dalle spinte confessionali
del primo n dai timori dei secondi. Promuovendo quindi una
convergenza fra classi popolari e ceti medi, egli fece della
democrazia cristiana un partito interclassista, capace di porsi
come punto di equilibrio e come cardine della politica italiana.


Alla vigilia del momento in cui, alla fine del 1945, De Gasperi
assume con la presidenza del consiglio la massima responsabilit
del potere, la politica degasperiana si delinea gi nei suoi
tratti essenziali.
Non si pu comprenderla se non si sottolinea l'importanza decisiva
dell'esperienza del 1922-23 che De Gasperi aveva vissuto: quella
esperienza ammoniva sulla necessit di assicurare al rinascente
regime democratico l'appoggio della Chiesa; ammoniva anche sulla
necessit di non gettare ancora una volta i ceti medi italiani
verso un rifiuto della democrazia e della libert.
L'appoggio di queste due forze era reciprocamente condizionato:
era obiettivamente difficile se non impossibile scindere il
sostegno del mondo cattolico e delle organizzazioni cattoliche da
quello dell'opinione moderata borghese. La funzione anticomunista
che entrambe queste forze affidavano alla democrazia cristiana
creava fra di esse un'obiettiva reciproca intesa, anche se tacita:
lo conferma, per fare solo un esempio, la reazione suscitata dalla
riforma agraria che la democrazia cristiana sconter sia con una
perdita di voti fra i ceti medi sia con notevoli tensioni nel
mondo cattolico. Non era cio obiettivamente possibile per la
democrazia cristiana nel 1945-1948 essere il partito della
Chiesa senza essere anche il partito del ceto medio italiano:
perdere l'appoggio della prima avrebbe significato perdere anche
l'appoggio del secondo con la conseguenza di ritrovarsi nella
situazione del partito popolare nel 1923.
Questo avvicinamento della borghesia italiana alla Chiesa - sia
detto per inciso - ebbe un significato essenzialmente politico non
religioso, analogo a quello gi verificatosi in periodo
giolittiano, ma nel secondo dopoguerra in proporzioni ben pi
vaste. Esso non fu un indice di accresciuta fede religiosa nei
ceti medi: lo conferma il fatto che l'anticlericalismo borghese,
sopito in quegli anni, rinasce puntualmente quando con il
pontificato di Giovanni ventitreesimo sorge un dubbio
sull'effettiva volont della Chiesa di continuare a svolgere il
ruolo conservatore e di garanzia dell'ordine che le aveva meritato
in passato la fiducia di quei gruppi sociali.
Di tutto questo, dunque, una realistica valutazione politica come
quella di De Gasperi non poteva non tener conto; ma al tempo
stesso tutta la sua formazione, l'esperienza popolare non meno che
la lunga riflessione compiuta negli anni del fascismo alla ricerca
di una linea politica che conciliasse insieme i valori del
cattolicesimo sociale con quelli della tradizione liberale lo
portavano ad escludere la possibilit di un'accettazione pura e
semplice delle esigenze confessionali del mondo cattolico e dei
timori dei ceti medi italiani. Occorreva dare un'interpretazione
politica alle esigenze che il naturale elettorato della democrazia
cristiana esprimeva. Si trattava, in altre parole, di tentare una
sintesi di tutte le forze in gioco, la pi coerente possibile, o
la meno lontana, rispetto alla tradizione popolare e cattolico-
democratica; occorreva muoversi per cos dire in una difficile
rotta fra Scilla e Cariddi; evitare cio da un lato di perdere
l'appoggio del mondo cattolico e dei ceti medi, dall'altro evitare
di perdere l'anima del partito, il che avrebbe significato il
ritorno puro e semplice alla linea clerico-moderata dell'et
giolittiana.
La linea politica portata avanti con grande lucidit, con tenacia
ed abilit da Alcide De Gasperi fu appunto questa. Non avrebbe
potuto svolgere il suo compito senza l'opposizione di sinistra
all'interno del partito: quella opposizione era essenziale per la
salvaguardia della tradizione cattolico-democratica in alcuni dei
suoi elementi pi significativi e in particolare per l'apertura
alle esigenze di rinnovamento sociale. Ma quelle opposizioni hanno
oggi un senso storico, che supera la vicenda interna del partito,
nella misura in cui hanno dialetticamente contribuito al formarsi
della linea degasperiana.
De Gasperi che non aveva posto l'unit dei cattolici a fondamento
della sua proposta politica fece ogni sforzo perch il principio
dell'unit, che vedeva inevitabilmente affermarsi, giocasse in
favore della sua linea politica; cerc di evitare che la
democrazia cristiana divenisse il semplice strumento del disegno
di Pio dodicesimo; con tenacia anche se con duttilit difese la
laicit dello stato.
La sua sintesi politica ha tagliato indubbiamente molte punte del
complesso panorama del mondo cattolico che usciva dal fascismo,
molte aperture, molte intuizioni generose sono state sacrificate
ma in forza della sua azione il mondo cattolico e la Chiesa si
sono attestati nel loro complesso su una posizione di accettazione
della democrazia Il disegno di restaurazione cattolica su base
autoritaria  stato sconfitto. Ma il disegno alternativo, di
destra, rimarr a lungo presente negli anni successivi come una
minaccia incombente sulla democrazia cristiana e sulla politica
degasperiana: al di l degli episodi ben noti sono interessanti
sotto questo profilo i numerosi accenni che si leggono in lettere
del leader trentino ai suoi pi stretti collaboratori. Ancora nel
1952 - siamo all'indomani della famosa operazione Sturzo fallita -
De Gasperi esprime a Scelba i suoi timori circa una iniziativa
vaticana diretta a formare un nuovo partito ed indica quali
sarebbero stati gli eventuali orientamenti della nuova formazione
politica: Tutti i nostri argomenti in favore del regime
democratico non riescono a persuadere, perch si crede che la
democrazia sia troppo debole per resistere all'estrema.
Gli interventi di De Gasperi, che indubbiamente vi furono, diretti
a limitare la libert di dibattito all'interno del partito
acquistano un pi complesso significato storico sullo sfondo di
questa minaccia alternativa cattolica di destra. In questo senso
vanno letti alcuni rimproveri ai suoi collaboratori e le lettere
stesse a Pio dodicesimo volte a limitare la presa e l'influenza
sul papa delle posizioni sociali e di sinistra della democrazia
cristiana e in particolare dei dossettiani. L'atteggiamento di De
Gasperi fu sempre molto abile e in certo senso spregiudicato: fece
sempre leva sui timori del papa per il comunismo per bloccare ogni
iniziativa alternativa alla democrazia cristiana.
Certo, un'azione del genere non ha obiettivamente favorito la
crescita culturale e religiosa del mondo cattolico, il dispiegarsi
in esso di un libero ed ampio dibattito: ma  doveroso chiedersi
sul piano storico se una libert pi ampia avrebbe favorito
realmente le posizioni pi aperte ed illuminate o non avrebbe
piuttosto offerto pi decise possibilit di espressione alle
spinte clericali e integralistiche fortissime alla base e al
vertice;  doveroso chiedersi se esistevano possibilit e vie
alternative per frenare queste spinte, data la struttura
verticistica e il forte centralismo di tutto l'apparato
ecclesiastico. Queste domande che si risolvono in ipotesi su uno
sviluppo degli eventi alternativo rispetto a quello reale non
possono che restare senza risposta, ma servono almeno a indicare
la complessit della realt e l'impossibilit di chiuderla in
giudizi sbrigativi e a senso unico.
Il rapporto con il ceto medio italiano poneva analoghi problemi:
bisognava interpretarne le esigenze e al tempo stesso qualificarle
in senso democratico dopo che per tanti anni avevano trovato
espressione nella mentalit e nella politica fascista.
In un quadro del genere la scelta delle alleanze diventava un
fattore decisivo: proprio nella misura in cui la democrazia
cristiana si poneva assai pi avanti del mondo del quale era
espressione e di larga parte dell'elettorato da cui traeva
consensi aveva bisogno di qualificare la sua politica sul piano
della scelta degli alleati: di fatto il mutamento degli alleati
nel maggio 1947 avr un'importanza decisiva sugli sviluppi della
politica italiana e sul ruolo stesso della democrazia cristiana.
Ma anche dopo la grande vittoria del 18 aprile mai De Gasperi
ceder all'illusione che la democrazia cristiana potesse fare da
sola: la scelta delle alleanze era e rimase sempre un cardine
della sua linea politica. Il centrismo, prima di essere una
formula parlamentare, fu l'intuizione che la democrazia cristiana,
da sola, non poteva reggere il peso della rinascita democratica.
Ma torniamo al 1945, alla vigilia cio dell'avvento al potere di
De Gasperi. Il grado di sviluppo raggiunto dalla societ italiana
rendeva necessaria un'espressione politica fondata su un nuovo e
pi ampio blocco sociale; la borghesia gi alla vigilia del
fascismo aveva dimostrato la sua incapacit di offrire una
risposta politica adeguata a tale domanda; nel secondo dopoguerra
le tradizionali formazioni politiche della borghesia italiana non
sapevano proporre che un antistorico ritorno al passato nel quale
neppure il ceto medio, divenuto in qualche modo protagonista sotto
il fascismo, avrebbe potuto riconoscersi. Non riuscendo ad
esprimere una proposta interclassista di cui la societ italiana
aveva bisogno i vecchi gruppi dirigenti non erano in grado di
soddisfare nemmeno le esigenze di crescita e di controllo sociale
del capitalismo italiano. [...].
La democrazia cristiana, proprio per la qualit della sua proposta
interclassista, poteva porsi e di fatto si  posta come punto di
equilibrio e come cardine della politica italiana. Rispetto al
fascismo essa proponeva non un ritorno al passato o un'antitesi di
classe destinata ad emarginare tutti i ceti sociali, i gruppi o
gli individui che al fascismo avevano dato la loro adesione, ma un
superamento nella possibilit nuova offerta al popolo italiano di
decidere del suo destino; il fascismo era negato nella qualit
della proposta nella misura in cui il popolo italiano nel suo
insieme, senza discriminazioni legate alle passate esperienze,
poteva sentirsi coinvolto nella fase della ricostruzione; si
riduceva per cos dire il numero dei vinti; si offriva una vasta
possibilit di riscatto degli errori del passato; si creava
obiettivamente la possibilit di una convergenza di classi
popolari e ceti medi che era necessaria alla democrazia italiana
per la sua rinascita e per il suo sviluppo. Vi era certo una
ambiguit sottile nel consenso che la proposta democratico-
cristiana poteva suscitare e che di fatto avrebbe suscitato: si
allargavano le possibilit del consenso intorno alla democrazia ma
si lasciava al tempo stesso spazio di azione ad un'opinione
pubblica, a forze economiche e a gruppi di potere che del fascismo
erano stati i sostenitori. Ma non si trattava, appunto, dei rischi
di una democrazia fondata sulla libera gara e su un consenso
liberamente espresso?.
